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NOTIZIE

Massimiliano Gioni: interview

 

DA TRUSSARDI A NYC:
INTERVISTA A 
MASSIMILIANO GIONI
 

di Mariangela Maritato

Un palazzo fatto di sette scatole sovrapposte e incastrato in mezzo a due minute palazzine in uno dei quartieri più bohémien di New York. Il New Museum of Contemporary Art, l'unico della Grande Mela dedicato all'arte veramente contemporanea, si trova sulla Bowery, strada maledetta fino a poco fa il regno dei barboni. Insieme a Broadway, uno dei due assi storici (e in diagonale) di Manhattan. Questo luogo funge ora da magnate per le gallerie d’arte più all’avanguardia e pare abbia tolto lo scettro a Chelsea, dove si trovano i galleristi più rinomati. La prima mostra del New Museum, inaugurata nel dicembre 2007, porta però un inconfondibile tocco italiano. “Unmonumental”, inno al paradosso dedicato al carattere non monumentale della scultura, è infatti curata da Massimiliano Gioni, classe 1973 e direttore artistico dal 2003 della Fondazione Trussardi. Critico d'arte contemporanea post concettuale, Gioni per quattro anni ha svolto l'incarico di caporedattore di Flash Art a New York. Ha iniziato quindi a scrivere saggi e a curare mostre. La prima è "La Zona", alla 50ma Biennale di Venezia (2003), poi Manifesta 5 a San Sebastian (2004). Consulente delle collezioni Dakis Joannou e Deste Foundation, ha organizzato due mostre ad Atene (2004 e 2007) e nel 2006 ha curato la 4° Biennale di Berlino insieme a Maurizio Cattelan e Ali Subotnick, con i quali ha fondato la Wrong Gallery (una micro galleria quasi virtuale che si è spostata in varie sedi da New York a Londra). Ha pubblicato le riviste Charley e Wrong Times. Lo scorso anno Gioni è sbarcato al New Museum dove sta organizzando un premio per giovani artisti, l'Altoids Award. Ma non ha abbandonato l'Italia. Porta la sua firma la prima rassegna d'arte contemporanea organizzata a Palazzo Litta di Milano a fine gennaio 2008 per la Fondazione Nicola Trussardi.

L' Altoids Awards  è il tuo premio d’esordio al New Museum di New York. In cosa consiste?
Il mio esordio al New Museum è stato segnato dalla mostra inaugurale del museo, “Unmonumental”, un mio progetto firmato insieme ai colleghi Laura Hoptman e Richard Flood. Prima del premio Altoids, il 9 aprile, curerò la prima personale di Paul Chan, nonché première americana del ciclo delle 7 Lights e di altri nuovi lavori dell'artista americano. Per tornare all'Altoids Award, in formula, si potrebbe dire che è il primo premio per artisti completamente in mano agli artisti: abbiamo iniziato a lavorarci l'anno scorso, invitando dieci artisti ai quali abbiamo chiesto di scegliere ciascuno dieci giovani artisti che meritassero particolare attenzione. E' stato una specie di censimento della giovane arte americana, in cui, invece di affidarci a critici e curatori, ci siamo rivolti ad artisti che insegnano o che dirigono spazi alternativi e iniziative no profit. Da questa ricerca sono usciti 50 nomi di artisti emergenti, una vera e propria panoramica che ci ha portato da Seattle a Puerto Rico, passando per il Texas, il Louisiana e altri stati e città fuori dai circuiti più ovvi e consolidati. Infine abbiamo organizzato una giuria di grandissimo prestigio, con Cindy Sherman, Paul McCarthy e Rirkrit Tiravanija, che sceglieranno 4 artisti vincitori ai quali andranno 25.000 dollari a testa e una mostra al New Museum nell'estate del 2008.

Come mai delle star e non dei critici eleggeranno i vincitori?
Volevamo davvero cambiare le regole del gioco. Lasciare che fossero gli artisti a guidarci. E non li abbiamo scelti perchè sono "star" ma perchè sono artisti ed hanno contribuito radicalmente a cambiare il modo in cui guardiamo l'arte e il modo in cui la mettiamo in mostra e la distribuiamo. Negli ultimi anni abbiamo visto molti artisti organizzare mostre interessanti o creare riviste e nuove situazioni espositive. Per non citare Cattelan con il quale lavoro a molte riviste e micro-gallerie, basta fare i nomi di Philippe Parreno o di Ugo Rondinone che hanno curato delle mostre bellissime l'anno scorso. Paul McCarthy ha appena inaugurato una mostra curata da lui al CCA di San Francisco, Rirkrit era tra i curatori di Utopia Station alla biennale di Venezia del 2003 e Cindy Sherman è una talent scount straordinaria. Ecco perché la scelta di questi 3 giurati. E poi a me ha sempre interessato lavorare con gli artisti, e anche questa volta ho voluto imparare da loro: spesso sono pronti a correre più rischi, a puntare sui nomi meno scontati.

Quali sono le possibilità che gli Stati Uniti, ed in particolare la città di New York, offrono agli operatori dell'arte a differenza dell'Italia?   
Volendo semplificare molto e con il rischio di cadere negli stereotipi si potrebbe dire che in Italia siamo bravissimi a improvvisare e a trovare soluzioni creative agli ostacoli più insormontabili, mentre in America sono bravissimi a lavorare sui grandi numeri. L'attività della Fondazione Trussardi ad esempio dimostra che è possibile dedicarsi a progetti unici, a volte completamente assurdi, come far volare giganteschi palloni aerostatici, far convivere animali di razze diverse o installare opere anche dure e violente come i celebri bambini impiccati di Cattelan. La Fondazione Trussardi è un'istituzione che si specializza nel realizzare i sogni più impossibili degli artisti e per questo gode di una libertà unica, di una assoluta indipendenza che è garantita dalla generosità e dal coraggio di Beatrice Trussardi che ha deciso di sostenere progetti così ambiziosi. Lavorare in America significa invece soprattutto avere la possibilità di raggiungere un pubblico enorme: pensa che il New Museum in meno di 3 mesi è stato visitato da oltre 100.000 persone: il confronto con il nuovo e con la cultura contemporanea a New York è un'esperienza che ogni cittadino è orgoglioso di fare. In Italia manca ancora questa confidenza con il contemporaneo, e ogni mostra è una sfida, anche se poi a ben vedere le cose stanno cambiando, e ad esempio la nostra mostra di Palazzo Litta è affollatissima ogni giorno.

Maurizio Cattelan, seduto, con Massimiliano Gioni

Dal teschio di dimanti di Damien Hirst alle statue di bambini impiccati in piazza XXIV maggio di Cattelan. Quanto conta la provocazione nell'arte? 
Hirst non è diventato famoso con il teschio di diamanti, ma con il pescecane in formaldeide di ben 15 anni fa che quest'anno è stato esposto anche al Metropolitan di New York. Allo stesso modo Cattelan era già un nome affermato quando l'abbiamo invitato a esporre a Milano. Certo con il teschio di Hirst o con i bambini di Cattelan, l'arte raggiunge un pubblico nuovo, un pubblico allargatissimo, di massa, che a volte inorridisce davanti alle espressioni più radicali dell'arte contemporanea. A noi della Fondazione Trussardi interessa proprio questo dialogo, lavorare sul punto in cui l'arte di ricerca più sofisticata si disperde nell'arena allargata della comunicazione di massa. Non si tratta di provocare, quanto piuttosto di mettere l'arte e la cultura a disposizione di tutti, per poi valutare insieme quali limiti riesca ancora a violare, quali taboo siano insormontabili o quali nuovi confini etici ed estetici il pubblico e gli artisti siano in grado di negoziare.

L'internazionalizzazione è un'occasione o una necessità per emergere?
E' semplicemente un dato di fatto. Chiudersi a riccio, diventare autarchici sarebbe un'idiozia. Trasformarsi in esterofili a tutti i costi sarebbe altrettanto insulso: bisogna trovare un equilibrio ma non possiamo che dirci internazionali. Anzi se l'Italia lo fosse di più sarebbe meglio per tutti.

Ti sei affermato, in particolare, come critico di arte post-concettuale ma ultimamente stai esplorando anche altre correnti. C'è un movimento artistico che, secondo te, si sta affermando sugli altri in questi anni?
Al momento viviamo in un'età di sincronie e compresenze. Non esiste più un'unica corrente, ma anzi un oceano nel quale si muovono correnti diverse e nel quale a volte svettano anche personalità isolate. Ma poi a ben vedere è sempre stato cosi: le correnti sono solo invenzioni dei libri di storia. Guarda all'inizio del Novecento: c'erano cubisti, futuristi, raggisti e dadaisti, tutti attivi allo stesso tempo e sicuri di avere la verità in mano. Oppure pensa a Gentile Da Fabriano e Masaccio: stessa città, stesso giro di anni, eppure due mondi lontanissimi e misteriosamente complementari.

Cosa pensi del panorama artistico italiano di questi ultimi anni? Quali sono gli artisti che più degli altri si sono affermati a livello internazionale?
I nomi che più circolano internazionalmente sono quelli di Vanessa Beecroft, Maurizio Cattelan e Francesco Vezzoli, artisti diversissimi ma accomunati dal fatto di essersi affermati viaggiando e lavorando all'estero. Ma naturalmente la scena italiana è molto più complessa di così e sarebbe anche riduttivo fare elenchi o classifiche. Gli artisti che mi interessano sono molti e molti espongono anche all'estero. Per ricordare solo i nomi di alcuni con cui ho avuto la fortuna di lavorare spesso e che appartengono più o meno alla mia generazione, Micol Assael, Roberto Cuoghi, Luisa Lambri, Diego Perrone, Paola Pivi, Patrick Tuttofuoco, e tanti altri che chissà quanto si arrabbieranno perché non li ho citati...

Cosa pensi del mercato dell'arte in Italia?
A lungo in Italia l'arte contemporanea è stata una questione tutta privata, a volte anche nascosta. Galleristi e collezionisti hanno tenuto viva la tradizione del nuovo in Italia, mentre le istituzioni arrancavano, spesso oppresse dal peso della conservazione dell'antico. Più di recente ai galleristi e ai collezionisti si sono affiancate le fondazioni private, come Trussardi, Prada e Sandretto Re Rebaudengo, che hanno inventato un nuovo modo di fare cultura e di sostenere l'arte contemporanea. Quindi, come vedi, in Italia ci sono risorse e c'è una tradizione tutta nostra, assolutamente originale, di affrontare il contemporaneo. Quindi il mercato e le istituzioni ci sono. Spiace che magari non se ne accorga lo stato che a volte potrebbe fare di più per aiutare i privati. E spiace che a volte il pubblico sia ancora piuttosto scettico nei confronti del contemporaneo, anche se grazie anche ai rischi dei privati, si è ormai creata un’audience di appassionati e fedelissimi.

Da giovane trentenne, quali sono i consigli che ti sente di dare agli artisti emergenti?
Viaggiare, informarsi, imparare l'inglese e inventare nuovi canali e spazi dove presentare le proprie idee e le idee di amici o persone che rispettano. Troppo spesso in Italia finiamo per abbandonarci al piagnisteo e alla noia, mentre in altre nazioni gli artisti si organizzano e creano spazi gestiti da altri artisti, si confrontano e viaggiano.

Il 30 gennaio a Palazzo Litta si è aperta una mostra da te curata. Qual è il merito di Fishli e Weiss nel panorama artistico contemporaneo? Come mai è stata scelta questa sede?
Palazzo Litta si apre per la prima volta a una mostra di arte contemporanea, quindi è un'occasione unica per osservare un gioiello del nostro patrimonio: tutte le mostre della Fondazione Trussardi cercano di scovare luoghi dimenticati o nascosti per trasformarli grazie allo sguardo degli artisti contemporanei più interessanti. Quando abbiamo visitato il palazzo per la prima volta, dopo quasi due anni di lavoro e ricerche, ci è subito venuto in mente il nome di Fischli e Weiss. Palazzo Litta è uno scrigno barocco, tutto affreschi, stucchi, decorazioni e cineserie. L'opera di questi due artisti è invece un viaggio tra i piccoli incidenti quotidiani, una scoperta dei misteri più affascinanti della vita di tutti i giorni, tra oggetti in equilibrio, piccole epifanie sul tavola da cucina e altri miracoli di poco conto. Ci interessava questo contrasto, questa frizione tra l'enfasi degli spazi e la poesia leggera di Fischli e Weiss.


Commenti

tecla  fabbrini
24/09/2008 10.27









Le Notizie USA




Grazie dell'articolo che pubblico con piacere! Ecco il link...



http://www.lenotizieusa.com/leggi/settembre_2008/04_bruzzi_arte_moderna.html

Salvo Mulé
Direttore
www.lenotizieusa.com




Giovanni Bruzzi: " L'Arte Moderna 'Sagre della Spazzatura' ". La lettera del Maestro a Le Notizie USA



4 Settembre 2008



Egregio Dr. Salvo Mulè,

vorrei che questo importante articolo scritto da me fosse pubblicato affinche si aprisse gli occhi foderati da prosciutto o meglio da denaro. La ringrazio delle Notizie U.S.A.



Avendo letto alcune cose sull'arte moderna, vorrei aggiungere che è impossibile capire le attuali tendenze, poichè si tratta solamente di "Sagre della spazzatura", manifestazioni d'arte demenziali che sfociano nel patologico come tutte le ultime Biennali di Venezia, pagate fior di miliardi dai fessi degli italiani ed organizzate dai soliti prezzolati e fasulli critici preposti. Non mi risulta che sia cambiato nulla dal 1984, cioè dal momento che Giulio Carlo Argan, Carlo Ludovico Ragghianti, Daria Durbè, Cesare Brandi, Enzo Carli, Jean Le Marie presero per opere autentiche di Amedeo Modigliani tre sculture fatte in meno di un'ora da alcuni simpatici ragazzi burloni di Livorno, (facendo e inserendole persino in un costoso catalogo sempre a spese nostre) tutti questi emeriti imbecilli sono rimasti ai loro posti con lauti stipendi invece di venire messi alla gogna sulla pubblica piazza. E così l'Italia fece ridere tutto il mondo. I grandi pittori, dal magistero tecnico necessario,ci sono ancora ma non si sottoporranno mai agli squallidi personaggi di cui sopra. Sta a anche a i DIRETTORI di riviste come la sua ad informare, dire , pubblicare, a intervistare artisti veri partecipando così a cambiare le cose A MENO CHE ANCHE VOI... NON CAPIATE NULLA in questo campo, peccato che non ci sia più un Giuseppe Bottai, rimasto l'ultimo VERO intenditore di ARTE MODERNA a livello governativo. Io mi permetto di suggerirle un nome, quello del pittore fiorentino Giovanni Bruzzi, (che ha anche scritto e sceneggiato i due famosi film "Regalo di Natale" e il sequel "La rivincita di Natale" di Pupi Avati da Vespa definito MITICO PERSONAGGIO per la sua vita oltremodo avventurosa infatti (sarà fatto un film su di lui), che è sempre stato indipendente da tutto il sudiciume che circonda e sommerge anche le pubbliche istituzioni.


Cordialità.





Tecla Fabbrini, operatrice culturale.



P.S. Avevamo una nostra identità ,una tradizione artistica di grande e insuperabile livello, tutti ci hanno invidiato i nostri geni dell'arte, e per colpa di questi incapaci abbiamo voluto assomigliare in arte alle IDIOZIE che fanno gli altri, senza capire che loro non avevano NESSUNA tradizione artistica era scontato che questi si dovessero inventare delle TENDENZE IDIOTE E SENZA SENSO; ma noi NO, dovevamo difendere le nostre tradizioni (e come ha detto il nostro Presidente Silvio Berlusconi abbiamo ereditato un ENORME patrimonio artistico senza meritarlo) e io aggiungo che ha portato tanti ma tanti soldi a questa Italia e ancora li porta ;dovevamo solo fare selezione, selezione ecc...ecc... ma gl'incapaci allora non avrebbero guadagnato e cosi hanno rovinato tutto,ora dobbiamo ripristinare la MERITOCRAZIA E PREMIARE IL VERO TALENTO ARTISTICO.





Oggi si fanno tutte quelle belle mostre su pittori del passato (morti e seppelliti che a loro certo non servono) con lussuosi cataloghi elogiativi, creda è come scoprire l'acqua calda sono pittori già codificati e su di loro hanno scritto enciclopedie (basta andare all'Istituto tedesco a Firenze)perciò è inutile e non ci sono meriti per questi promotori di mostre, e se non ci fosse da guadagnare milioni Addio mostre!! Addio pittori!! Cosa vuole so farle pure io queste belle mostre scrivere poi con tutto quello come ripeto è già stato scritto basta copiare un po' quì un po' la,il difficile è scoprire i veri talenti di oggi che faranno parte del patrimonio artistico del futuro, ma quest'incapaci tramanderanno solo spazzatura visto che non capiscono niente, che non saprebbero vedere neanche ci fosse un MICHELANGIOLO REDIVIVO.



Giovanni Bruzzi

Website: www.giovannibruzzi.it








Carlo Serri
24/11/2008 14.31
Okay, riprovo: Ma la signora sopra spamma questo delirio su qualsivoglia sito o rivista. Non si rende conto di quanto è ridicola? Operatrice culturale? beh, può darsi, ogni tanto qualcuno mi dovrà pur ricordare che non vivo a New York.
il direttore 
24/11/2008 15.30
Sì Carlo hai ragione. Purtroppo eravamo agli inizi e questo commento pseudo-delirante è passato. Ora va meglio e filtriamo tutto, come ad esempio hai potuto vedere anche tu. Scusaci. Ne approfitto per disincentivare coloro che sproloquiano e basta o tanto peggio insultano. I commenti vengono selezionati e dunque vengono pubblicati solo quelli che hanno un senso. Il trash finisce al posto giusto. Qua non siamo in TV!! Grazie Carlo
cristina perrelli
26/07/2009 19.07
..affascinante..ma se tutto fosse più semplice?l'arte è di tutti?così non sembra..un arte da interpretare che non sucita se non letta su una brochure..nella mia mediocrità, non è arte..una storia vecchia come il mondo..ma sempre tutto molto affascinante..un bacio..tua cugina!
Diego Bruzzi
21/08/2009 18.50
Egregi Carlo Serri e Direttore.

gradirei conoscere quali sono i Vostri di titoli dato che su questa rivista si trova di tutto, dalla spazzatura ai rifiuti urbani. Di delirante c'è soltanto la Vostra incapacità a saper trattare l'Arte con la A maiuscola. Gente come Carlo Giulio Argan ha continuato a scrivere libri ed articoli (spalleggiato dalla Sinistra, ovviamente) anche dopo aver preso dei sassi scolpiti con il trapano per sculture di Modigliani! Che risate quando sono andati di corsa a ritirare il libro già uscito... Forse dovreste essere Voi a chiedere scusa alla cultura per i Vostri commenti ed articoli. Grazie Carlo! Ma di cosa! Ma chi Vi manda in giro! Ma voi sapete chi era Marc Vaux? Conoscete André Breton e André Malraux? E Marc Fumaroli? Raffaele La Capria? Mina Gregori? Sono tutti personaggi che hanno espresso stima ed ammirazione nei confronti di Giovanni Bruzzi. Vi auguro la buonanotte.

Cordialmente.

Diego Bruzzi
il direttore 
21/08/2009 20.48
Gentile signore Diego Bruzzi, i nostri titoli li trova pure nel colophon di ArsLIfe ma qui contano poco a nulla. Ciò che fa testo, nel caso specifico, è l'educazione. Lei può esprimere tutte le idee che desidera riguardo gli interventi del suo parente o chiunque sia. Ma senza sproloquiare e dilungarsi su questioni che nulla hanno a che vedere con l'articolo di cui sopra. E soprattutto senza insultare chichessia. L'alternativa è semplice. Cambi testata. Noi siamo aperti a tutti ma nei limiti di un dialogo pertinente e decoroso.
Cristiana Curti
01/02/2012 15.01
Caro Direttore, rileggo, attratta dalla notizia del giorno (Gioni direttore della Biennale, yuhuuuu! e ora speriamo che cotanta saggezza non si disperda nell'incarico del curatore di Paditalia...), la bella intervista di Mariangela Maritato che - a distanza di tempo e di accadimenti - rende bene il divario "etico", oserei dire, che si è andato accentuando negli ultimi tempi in relazione alle discussioni intorno a cosa sia l'arte contemporanea.
Il commento ("politico") del Signor Diego Bruzzi esemplifica la radicalizzazione di ciò che altri chiamerebbero semplicemente il "gusto" nei confronti delle linee evolutive di un'arte che, invece - mai come nel III millennio -, è alla ricerca di una linea comune di apprezzamento e comprensione, linea che sembra più evidente e resistente nelle correnti più tradizionalmente legate ai materiali canonici di utilizzo (pittura e scultura, non necessariamente figurative) e meno evidente e debole nelle branche che prediligono le arti performative o i linguaggi mediatici della fine del XX secolo.
La dicotomia è chiara.
Per alcuni l'arte deve assumersi lo scopo di "acquietare" i sensi trasportandoci in un iperuranio di godimento estetico, per altri l'arte deve essere elemento di forte rottura e complicazione (anche scioccante e disgustosa - i due Chapman insegnano a modo) all'interno della società.
In mezzo, la letteratura critica di base del '900, fondata sui dettami di Benjamin e Danto, come sempre (uffa, aggiungo...).
I bambini impiccati di Cattelan assolvono alla funzione di fare da ponte, come bene spiega Gioni, fra una cultura di massa che ormai è superalimentata ed esige elaborazione (non assuefatta all'arte canonica, del cui sistema fa parte ANCHE Cattelan, e non collocandosi certamente ai margini) e una cultura elitaria, che ultimamente è presa d’assedio, forse giustamente.
Ma il "popolo" oggetto di questo esperimento è divenuto, poi, più artistico?
La funzione del critico è, per Gioni, quindi quella di monitorare le conseguenze di ciò che in altri tempi sarebbe stato dichiarato un vero e proprio stupro, una violenza visiva. Salvo dimenticare, i benpensanti "violentati", che - per altri livelli del nostro universo ottico - ben altri stupri ci vengono propinati quotidianamente, per i quali (ammantati da decorose costumanze pubblicistiche e pubblicitarie) sappiamo trovare invece un senso.
Sia la ribellione dell'Uomo Comune di fronte ai pupazzi appesi di Cattelan sia la reazione violenta del Signor Bruzzi indicherebbero che l'arte, chissà, forse a furor di popolo, dovrebbe mantenere la sua funzione consolatoria di ottocentesca memoria alla faccia di tutti i nipoti di Duchamp che oggi ancora a lui rimandano le proprie ispirazioni e preci.
Ma è giusto che sia così? E' giusto che l'arte sia intesa (e compresa) solo per la funzione che esercita, solo per il servizio che svolge per la comunità quando poi il rapporto fra l'opera e chi la osserva è sempre personale, univoco e mai collettivo?
E se l'arte è (oggettivamente) sempre "sociale" non è quindi, invece, giusta la visione così ben strutturata dal ragionamento arganiano che ci nutrì in giovane età (almeno te e me)?
Non è che il Signor Bruzzi (i “signori Bruzzi”...) che dileggia la straordinaria, quanto complessa e ricca di alti e bassi, carriera di Argan per la sua ultima pesante svista (sembra che anche Zeri avesse proferito parole entusiastiche per il Cristo Gallino pseudo-michelangiolesco, ma non è certo - e io non ci voglio credere) in realtà, senza rendersene conto, assevera il suo metodo, lo asseconda, lo esalta al punto che, se condotto con buon ragionamento, il Signor Bruzzi potrebbe arrivare perfino a ritenere artista Cattelan?
Invece secondo me, il punctum è stringatamente offerto dal commento della signorina Perrelli: "un'arte da interpretare?" no grazie (aggiungo io, terminando il suo discorso).
Se l'arte deve essere "spiegata" è arte?
Al pubblico onnivoro delle vaste colonie del cosiddetto "turismo culturale" le ragioni delle metalingue, dei filosofi del linguaggio, dei semiotici ed epistemologi poco importano. Perché dovrei accettare come arte ciò che tu mi dici esserlo se io vedo solo - poniamo - candeline colorate affastellate a costruire casette giocattolo? Eppure, in virtù del genius loci (perlopiù) si accetta tutto senza porsi troppe domande. Tant’è che i bimbi appesi sono contestati SOLO per il fatto che non sono in un museo (o in un luogo abilitato all’esposizione museale). E si arriva a contestare, di Cattelan, recentemente, l’immagine dell’Hitler in preghiera deferente SOLO perché affissa in un poster della manifestazione alla quale, poi, quell’opera – per i miracoli della burocrazia culturale italica – non parteciperà. E’ più che chiaro: si è arrivati a quella invasione di campo del significato di un’immagine che non riesce più a restare aderente al proprio supporto. L’arte qui non esiste, esiste solo il simbolo. E il simbolo che quell’opera d’arte rappresenta dà enormemente fastidio, a prescindere dal valore artistico dell’opera.
Quindi, l’arte contemporanea – per essere tale – è una collazione di simboli più o meno intelligentemente elaborati e offerti al pubblico in veste nuova?
Ma anche la lettura dell’arte antica (la nostra “ricchezza”) è ormai, per i più, quasi solo simbolica. Il Cristo Gallino è simbolo di cristianità prima di tutto (e così è utilizzato biecamente per rinsaldare corporativismi fra Stato e Chiesa) e simbolo del nostro Genio in secondo (o pari merito) luogo e per questo è stato venduto allo Stato Italiano, con la mediazione entusiastica (“confessionale”, si potrebbe dire) dell’ex ministro Bondi. L’osservazione dell’opera secondo criteri storici e scientifici ha subito una totale colpevole abdicazione da parte di tutti, anche dell’accademia più alta, salvo pochissimi temerari, in favore di una lettura “politica” del caso. Ricco di spunti anche per la comprensione dell’arte contemporanea, è il bel libro di Tomaso Montanari, A cosa serve Michelangelo, per le Vele di Einaudi. Un bel regalo che verrebbe utile anche al Signor Bruzzi (a proposito delle opinioni dei partiti – di destra, sinistra o centro pari sono – intorno a come si intende oggi la conservazione e la valorizzazione del nostro patrimonio artistico).
Ma l'occhio della tradizione che mal sopporta in Italia l'arte contemporanea non riesce ancora ad assuefarsi al ragionamento che l'arte è sempre stata elemento coagulante della società, anzi ne è lo spirito unitario e premonitore nei tempi dell’evoluzione, accelerati a volte, stagnanti altre.
Anche nel suo rifiuto di ciò che il Signor Bruzzi identifica come trash e nella sua difesa violenta del "bello" (qui credo da intendersi come il generico sintagma "bella pittura" intende) egli, e non lo sa, accetta che il discorso sull'arte da alcuni anni a questa parte è scivolato in un ambito incredibilmente più vasto di quanto le sue erudite citazioni di nomi blasonati possono far supporre. E le sue citazioni non gli basteranno.
Sarà meglio che se ne faccia una ragione e, se non vuole rimanere al palo a cui si è disperatamente avvinghiato, cerchi di approfondire.
Lui come noi tutti, se vogliamo progredire nella comprensione e nella critica dell'arte dei nostri giorni e - ancor più - di quelli antichi, dobbiamo ricominciare a studiare molto, ricostruire una nuova, attenta, iconologia da analizzare e imparare a osservare tutto senza preclusioni di sorta, ma con cognizione di causa.

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