Un palazzo fatto di sette scatole sovrapposte e incastrato in mezzo a due minute palazzine in uno dei quartieri più bohémien di New York. Il New Museum of Contemporary Art, l'unico della Grande Mela dedicato all'arte veramente contemporanea, si trova sulla Bowery, strada maledetta fino a poco fa il regno dei barboni. Insieme a Broadway, uno dei due assi storici (e in diagonale) di Manhattan. Questo luogo funge ora da magnate per le gallerie d’arte più all’avanguardia e pare abbia tolto lo scettro a Chelsea, dove si trovano i galleristi più rinomati. La prima mostra del New Museum, inaugurata nel dicembre 2007, porta però un inconfondibile tocco italiano. “Unmonumental”, inno al paradosso dedicato al carattere non monumentale della scultura, è infatti curata da Massimiliano Gioni, classe 1973 e direttore artistico dal 2003 della Fondazione Trussardi. Critico d'arte contemporanea post concettuale, Gioni per quattro anni ha svolto l'incarico di caporedattore di Flash Art a New York. Ha iniziato quindi a scrivere saggi e a curare mostre. La prima è "La Zona", alla 50ma Biennale di Venezia (2003), poi Manifesta 5 a San Sebastian (2004). Consulente delle collezioni Dakis Joannou e Deste Foundation, ha organizzato due mostre ad Atene (2004 e 2007) e nel 2006 ha curato la 4° Biennale di Berlino insieme a Maurizio Cattelan e Ali Subotnick, con i quali ha fondato la Wrong Gallery (una micro galleria quasi virtuale che si è spostata in varie sedi da New York a Londra). Ha pubblicato le riviste Charley e Wrong Times. Lo scorso anno Gioni è sbarcato al New Museum dove sta organizzando un premio per giovani artisti, l'Altoids Award. Ma non ha abbandonato l'Italia. Porta la sua firma la prima rassegna d'arte contemporanea organizzata a Palazzo Litta di Milano a fine gennaio 2008 per la Fondazione Nicola Trussardi.
L' Altoids Awards è il tuo premio d’esordio al New Museum di New York. In cosa consiste?
Il mio esordio al New Museum è stato segnato dalla mostra inaugurale del museo, “Unmonumental”, un mio progetto firmato insieme ai colleghi Laura Hoptman e Richard Flood. Prima del premio Altoids, il 9 aprile, curerò la prima personale di Paul Chan, nonché première americana del ciclo delle 7 Lights e di altri nuovi lavori dell'artista americano. Per tornare all'Altoids Award, in formula, si potrebbe dire che è il primo premio per artisti completamente in mano agli artisti: abbiamo iniziato a lavorarci l'anno scorso, invitando dieci artisti ai quali abbiamo chiesto di scegliere ciascuno dieci giovani artisti che meritassero particolare attenzione. E' stato una specie di censimento della giovane arte americana, in cui, invece di affidarci a critici e curatori, ci siamo rivolti ad artisti che insegnano o che dirigono spazi alternativi e iniziative no profit. Da questa ricerca sono usciti 50 nomi di artisti emergenti, una vera e propria panoramica che ci ha portato da Seattle a Puerto Rico, passando per il Texas, il Louisiana e altri stati e città fuori dai circuiti più ovvi e consolidati. Infine abbiamo organizzato una giuria di grandissimo prestigio, con Cindy Sherman, Paul McCarthy e Rirkrit Tiravanija, che sceglieranno 4 artisti vincitori ai quali andranno 25.000 dollari a testa e una mostra al New Museum nell'estate del 2008.
Come mai delle star e non dei critici eleggeranno i vincitori?
Volevamo davvero cambiare le regole del gioco. Lasciare che fossero gli artisti a guidarci. E non li abbiamo scelti perchè sono "star" ma perchè sono artisti ed hanno contribuito radicalmente a cambiare il modo in cui guardiamo l'arte e il modo in cui la mettiamo in mostra e la distribuiamo. Negli ultimi anni abbiamo visto molti artisti organizzare mostre interessanti o creare riviste e nuove situazioni espositive. Per non citare Cattelan con il quale lavoro a molte riviste e micro-gallerie, basta fare i nomi di Philippe Parreno o di Ugo Rondinone che hanno curato delle mostre bellissime l'anno scorso. Paul McCarthy ha appena inaugurato una mostra curata da lui al CCA di San Francisco, Rirkrit era tra i curatori di Utopia Station alla biennale di Venezia del 2003 e Cindy Sherman è una talent scount straordinaria. Ecco perché la scelta di questi 3 giurati.
E poi a me ha sempre interessato lavorare con gli artisti, e anche questa volta ho voluto imparare da loro: spesso sono pronti a correre più rischi, a puntare sui nomi meno scontati.
Quali sono le possibilità che gli Stati Uniti, ed in particolare la città di New York, offrono agli operatori dell'arte a differenza dell'Italia?
Volendo semplificare molto e con il rischio di cadere negli stereotipi si potrebbe dire che in Italia siamo bravissimi a improvvisare e a trovare soluzioni creative agli ostacoli più insormontabili, mentre in America sono bravissimi a lavorare sui grandi numeri. L'attività della Fondazione Trussardi ad esempio dimostra che è possibile dedicarsi a progetti unici, a volte completamente assurdi, come far volare giganteschi palloni aerostatici, far convivere animali di razze diverse o installare opere anche dure e violente come i celebri bambini impiccati di Cattelan. La Fondazione Trussardi è un'istituzione che si specializza nel realizzare i sogni più impossibili degli artisti e per questo gode di una libertà unica, di una assoluta indipendenza che è garantita dalla generosità e dal coraggio di Beatrice Trussardi che ha deciso di sostenere progetti così ambiziosi. Lavorare in America significa invece soprattutto avere la possibilità di raggiungere un pubblico enorme: pensa che il New Museum in meno di 3 mesi è stato visitato da oltre 100.000 persone: il confronto con il nuovo e con la cultura contemporanea a New York è un'esperienza che ogni cittadino è orgoglioso di fare. In Italia manca ancora questa confidenza con il contemporaneo, e ogni mostra è una sfida, anche se poi a ben vedere le cose stanno cambiando, e ad esempio la nostra mostra di Palazzo Litta è affollatissima ogni giorno.
Maurizio Cattelan, seduto, con Massimiliano
Gioni
Dal teschio di dimanti di Damien Hirst alle statue di bambini impiccati in piazza XXIV maggio di Cattelan. Quanto conta la provocazione nell'arte?
Hirst non è diventato famoso con il teschio di diamanti, ma con il pescecane in formaldeide di ben 15 anni fa che quest'anno è stato esposto anche al Metropolitan di New York. Allo stesso modo Cattelan era già un nome affermato quando l'abbiamo invitato a esporre a Milano. Certo con il teschio di Hirst o con i bambini di Cattelan, l'arte raggiunge un pubblico nuovo, un pubblico allargatissimo, di massa, che a volte inorridisce davanti alle espressioni più radicali dell'arte contemporanea. A noi della Fondazione Trussardi interessa proprio questo dialogo, lavorare sul punto in cui l'arte di ricerca più sofisticata si disperde nell'arena allargata della comunicazione di massa. Non si tratta di provocare, quanto piuttosto di mettere l'arte e la cultura a disposizione di tutti, per poi valutare insieme quali limiti riesca ancora a violare, quali taboo siano insormontabili o quali nuovi confini etici ed estetici il pubblico e gli artisti siano in grado di negoziare.
L'internazionalizzazione è un'occasione o una necessità per emergere?
E' semplicemente un dato di fatto. Chiudersi a riccio, diventare autarchici sarebbe un'idiozia. Trasformarsi in esterofili a tutti i costi sarebbe altrettanto insulso: bisogna trovare un equilibrio ma non possiamo che dirci internazionali. Anzi se l'Italia lo fosse di più sarebbe meglio per tutti.
Ti sei affermato, in particolare, come critico di arte post-concettuale ma ultimamente stai esplorando anche altre correnti. C'è un movimento artistico che, secondo te, si sta affermando sugli altri in questi anni?
Al momento viviamo in un'età di sincronie e compresenze. Non esiste più un'unica corrente, ma anzi un oceano nel quale si muovono correnti diverse e nel quale a volte svettano anche personalità isolate. Ma poi a ben vedere è sempre stato cosi: le correnti sono solo invenzioni dei libri di storia. Guarda all'inizio del Novecento: c'erano cubisti, futuristi, raggisti e dadaisti, tutti attivi allo stesso tempo e sicuri di avere la verità in mano.
Oppure pensa a Gentile Da Fabriano e Masaccio: stessa città, stesso giro di anni, eppure due mondi lontanissimi e misteriosamente complementari.
Cosa pensi del panorama artistico italiano di questi ultimi anni? Quali sono gli artisti che più degli altri si sono affermati a livello internazionale?
I nomi che più circolano internazionalmente sono quelli di Vanessa Beecroft, Maurizio Cattelan e Francesco Vezzoli, artisti diversissimi ma accomunati dal fatto di essersi affermati viaggiando e lavorando all'estero. Ma naturalmente la scena italiana è molto più complessa di così e sarebbe anche riduttivo fare elenchi o classifiche. Gli artisti che mi interessano sono molti e molti espongono anche all'estero. Per ricordare solo i nomi di alcuni con cui ho avuto la fortuna di lavorare spesso e che appartengono più o meno alla mia generazione, Micol Assael, Roberto Cuoghi, Luisa Lambri, Diego Perrone, Paola Pivi, Patrick Tuttofuoco, e tanti altri che chissà quanto si arrabbieranno perché non li ho citati...
Cosa pensi del mercato dell'arte in Italia?
A lungo in Italia l'arte contemporanea è stata una questione tutta privata, a volte anche nascosta. Galleristi e collezionisti hanno tenuto viva la tradizione del nuovo in Italia, mentre le istituzioni arrancavano, spesso oppresse dal peso della conservazione dell'antico. Più di recente ai galleristi e ai collezionisti si sono affiancate le fondazioni private, come Trussardi, Prada e Sandretto Re Rebaudengo, che hanno inventato un nuovo modo di fare cultura e di sostenere l'arte contemporanea. Quindi, come vedi, in Italia ci sono risorse e c'è una tradizione tutta nostra, assolutamente originale, di affrontare il contemporaneo. Quindi il mercato e le istituzioni ci sono. Spiace che magari non se ne accorga lo stato che a volte potrebbe fare di più per aiutare i privati. E spiace che a volte il pubblico sia ancora piuttosto scettico nei confronti del contemporaneo, anche se grazie anche ai rischi dei privati, si è ormai creata un’audience di appassionati e fedelissimi.
Da giovane trentenne, quali sono i consigli che ti sente di dare agli artisti emergenti?
Viaggiare, informarsi, imparare l'inglese e inventare nuovi canali e spazi dove presentare le proprie idee e le idee di amici o persone che rispettano. Troppo spesso in Italia finiamo per abbandonarci al piagnisteo e alla noia, mentre in altre nazioni gli artisti si organizzano e creano spazi gestiti da altri artisti, si confrontano e viaggiano.
Il 30 gennaio a Palazzo Litta si è aperta una mostra da te curata. Qual è il merito di Fishli e Weiss nel panorama artistico contemporaneo? Come mai è stata scelta questa sede?
Palazzo Litta si apre per la prima volta a una mostra di arte contemporanea, quindi è un'occasione unica per osservare un gioiello del nostro patrimonio: tutte le mostre della Fondazione Trussardi cercano di scovare luoghi dimenticati o nascosti per trasformarli grazie allo sguardo degli artisti contemporanei più interessanti. Quando abbiamo visitato il palazzo per la prima volta, dopo quasi due anni di lavoro e ricerche, ci è subito venuto in mente il nome di Fischli e Weiss. Palazzo Litta è uno scrigno barocco, tutto affreschi, stucchi, decorazioni e cineserie. L'opera di questi due artisti è invece un viaggio tra i piccoli incidenti quotidiani, una scoperta dei misteri più affascinanti della vita di tutti i giorni, tra oggetti in equilibrio, piccole epifanie sul tavola da cucina e altri miracoli di poco conto. Ci interessava questo contrasto, questa frizione tra l'enfasi degli spazi e la poesia leggera di Fischli e Weiss.