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Simbolo per Simbolo

 

 

Di Cristiana Curti





Scatena un mesto putiferio agostano l’affaire della collocazione nel Museo del Novecento all’Arengario in Piazza del Duomo a Milano del celeberrimo Quarto Stato, ultima variante - dopo una serie di “fasi”, per certi versi forse migliori di questa – di Ambasciatori della Fame e Fiumana (quest’ultima visibile alla Pinacoteca di Brera) dell’artista Giuseppe Pellizza da Volpedo, buon pennello divisionista e simbolista dal forte sentimento civile creatosi agli albori del socialismo italiano a cavallo fra XIX e XX secolo.

Il telone è sottovetro, bersagliato da lame di luce riflessa dalle molte aperture verso l’esterno di quell’impossibile sito, inadeguato contenitore per la straordinaria collezione di arte del ‘900 che Milano potrebbe offrire al mondo. L’opera è letteralmente conficcata in un loculo di poco agio, passante verso il ristorante Giacomo all’Arengario nato non per il Museo ma per la tout Milano su concessione del Comune.

Devo ricordare che l’attuale postazione del Quarto Stato è parte integrante del progetto dell’architetto Italo Rota e costituì uno dei principali motivi – si dice – della sua vittoria per l’appalto di ristrutturazione dello spazio espositivo.

Aldilà di queste considerazioni il cui livore non troppo velato è bene ogni tanto stia a freno, rimane il fatto che l’opera di Pellizza, collocata dov’è ora:

a)    esula dal percorso museale propriamente detto: vi si accede dalla salita esclusiva al ristorante, e, sapendo della sua esistenza, il visitatore non avrà necessità di acquistare un biglietto per vederla. E’ un male? Non direi. Resta il fatto che qualche avventore non coltissimo in piena soirée all’ultimo livello, salendo l’elicona in brivido da vertigine azzurrina, potrebbe meravigliarsi che un quadro di cotale importanza (dichiarata dal cartellino didattico) sia esposto nel boudoir di una locanda chic e magari chiedersi perché il raffinato Giacomo abbia scelto come brand image dei poveri cristi che certamente mai gustarono il delicato sapore del branzino all’acqua pazza.

b)    non si riesce “umanamente” a osservare: troppo ravvicinata la tela a chi guarda per coglierne la potenza espressiva, troppo contrastata dai bagliori dei mille riflessi (questione che riguarda molte tele anche all’interno del Museo del Novecento), troppo imbucata in spazio costretto che ne deprime l’effetto di poderosa avanzata della massa privata del diritto di esistere quale forza partecipe della Società tutta. Ma, se vogliamo davvero essere onesti, la precedente dimora a Villa Reale (all’interno della Galleria d’Arte Moderna in Palestro), era fors’anche più negletta e non mi risulta, ahimé, che i Milanesi o i loro temporanei ospiti si stracciassero le vesti davanti ai tanti giorni di impossibilità di visita per mancanza di personale, per chiusura parziale delle sale, per prestiti cospicui che spezzano la continuità del percorso storico. Il Quarto Stato è più “visto” oggi o un anno fa?

c)    per molti, è incompatibile con il tessuto del percorso storico del Museo che dovrebbe aprirsi più correttamente con le avanguardie del ‘900: dal punto di vista della scuola, dello stile e della sua ideazione, il Quarto Stato compete più all’arte del secolo dell’Unità d’Italia. Benché, laddove si consideri il contesto sociale che portò alla costruzione delle collezioni oggi in deposito del Museo del Novecento, forse non è peregrino aprire un percorso artistico scandito nei propri parametri qualitativi da una nuova comunità con il simbolo di un’arte che si fece sempre più portatrice di istanze collettive, piuttosto che con il calendario alla mano.

 

In fin dei conti, Pellizza – simbolista nella poetica, divisionista nella tecnica e idealista nello spirito – avrebbe anche potuto accettare una tale collocazione della propria fatica che ben sintetizza la posizione in cui viene confinato, in ogni tempo, chi possiede solo la forza delle proprie volontà e determinazione.

Quell’aia che fa da sfondo all’avanzata dei disperati rivela i profili delle povere case di Piazza Malaspina a Volpedo, nell’Alessandrino, già riprese in un magnifico olio di dimensioni contenute del 1892 che anticipa, visionario, certe mani, ancora norditaliche ma intrise di colto “centralismo”, di almeno trenta-quarant’anni anni posteriori. La grande marcia non riesce a nascondere, malgrado il taglio drammatico, la dimensione realistica e angusta del luogo di campagna, le modeste proporzioni della bianca strada sterrata pestata dai calzari lerci dei manovali, dagli zoccoli dei contadini, dai piedi nudi dei villani. E’ da questa contrapposizione forzata di volumi incongrui, nonché dall’ulteriore giustapposizione fra costruzione compositiva riverberante il maturo Rinascimento e soggetto volutamente anti-eroico, che la massa può esplodere in tutta la sua prorompente efficacia dal limite fenomenico della tela.

Nella Fiumana di Brera del 1896 – al Quarto Stato precedente di cinque anni e di architettura ancor più dichiaratamente simbolista – e nel successivo bozzetto preparatorio Cammino dei Lavoratori del 1898 la metafora della narrazione è sottolineata dai cieli tempestosi di sfondo (oscurati nel quadro dell’Arengario), i cui toni vividi e foschi rimandano a mille stilemi coloristici della storia dell’arte lombarda dal Quattrocento sino a Morlotti. Per non parlare, in pittura, di certi blu violacei di Frangi che ancor oggi emergono prepotenti nelle sue opere migliori e riprendono un tema legato alla speranza di equità sociale mai interrotto fra la gente e l’arte di questi luoghi.

Ma, tornando a noi, l’Assessore alla Cultura della nuova giunta milanese, Stefano Boeri, ha motivo di accendere la querelle intorno all’attuale collocazione del Quarto Stato?

Condivido la perplessità intorno alla poco intelligente installazione che dovrebbe però farsi portatrice di un approfondimento sulla scelta di un sito così improprio per le immense collezioni milanesi d’arte del XX secolo.

Qualcuno che lesse qui le mie opinioni in merito sa che avrei preferito – come doveva essere sulla carta sin dagli anni ’70 dello scorso secolo - un “grande” Palazzo Reale, svuotato dalla burocrazia inutile alla bisogna, e rimpolpato assai più gradevolmente da arte figurativa proveniente dalle donazioni guidate dal sentimento civile e dall’amore per la Città che costellarono il secondo dopoguerra. Lo scopo era costruire una grande collezione civica permanente.

La Milano del Socialismo “rampante” (così lontano dai sogni di Pellizza) della seconda metà degli anni ’80, invece, sceglie cartelloni spettacolari costellati da troppe mostre temporanee e in parte rinuncia a una politica culturale di più vasto respiro. Sceglie per i luoghi principali della cultura l’effimero (ancorché – in qualche caso – di ottima qualità), che potrebbe essere sempre collocato altrove in Città, e volge altrove il sentimento collettivo che fece della Capitale lombarda ciò che era sino a qualche tempo fa.

Milano, oggi, è l’Arengario, infiocchettato alla bell’e meglio da una cultura fondata sulla contaminazione delle funzioni e dei titoli pubblici con lo scopo di mostrare un muscolo (da palestra trendy del Centro, per manager in astinenza da squash o pilates) che, al primo braccio di ferro, s’è afflosciato.

Che dovrebbe fare Boeri, allora? Cosa significa, considerando il simbolo, lo spostamento di un’opera, che comunque quasi mai fu al centro della curiosità del pubblico, oggi mal collocata all’interno di un Museo mal concepito?

Prenda egli spunto da questa modesta nota, se avrà mai tempo e voglia di leggere: lasci perdere la questione.

Pensi, Stefano Boeri, a ciò che si può davvero fare per un’Italia che osserva oggi Milano con attenzione perché attende una paurosa débacle o confida, come il buon senso bipartisan pretenderebbe, in una vera rinascita anche da scarne ceneri.

La cultura e l’arte italiane sono da anni il paravento aggraziato di coloro che, nel secondo crollo di Pompei (il più disonorevole), litigando panza in fuori, scaricano il barile dorato da cui attinsero a piene mani esautorando i veri esperti. Il Quarto Stato, confinato improvvidamente in un ingresso di ristorante (e pur lasciato alla pubblica visita), è l’emblema di Amministrazioni che dettarono i contenuti culturali la cui povertà progettuale oggi vediamo ricadere su se stessa.

Ma è meglio che rimanga lì, per ora.

Non si conceda, l’Assessore Boeri, a questa prova di (poca) forza. I tabloid già montano l’ennesima polemica da rotocalco: compaiono come funghi settembrini le opinioni di tuttologi, show-man di professione travestiti da storici dell’arte, critici di parte (propria) e pensatori della domenica… nessuno di costoro ha in mano le sorti culturali pubbliche della seconda Città d’Italia (e, se le ebbe, le trattò miseramente, quindi, ora, taccia).

Il Cittadino è interessato se far diventare oggetto di un’Odissea senza costrutto un quadro noto dai libri di scuola più che da una visione diretta?

Se lo chieda, l’Assessore. Egli è uomo di cultura (finalmente!) e aduso alla gestione d’impresa. E’ amministratore capace, ora chiamato a battaglie più difficili, alcune già foriere di qualche delusione. Non si perda in ciò che costituì il punto di forza dei suoi predecessori: l’arte della parola senza sostanza che distoglie da ciò che conta.

Il Milanese attento oggi pare già disertare, a soli otto mesi dall’inaugurazione, il Museo del Novecento, non concepito secondo moderni (e logici) criteri di godibilità di uno spazio pubblico culturale. Egli è però interessato a conoscere se vi è mai possibilità che Milano (e l’Italia) malgrado le attuali terribili contingenze abbia il coraggio di anteporre le priorità educative e sociali dell’arte e della cultura e le loro enormi potenzialità edificatorie e identitarie di una comunità nello sforzo di inaugurare una nuova stagione di dialogo attivo fra pubblico e privato che attragga lo studioso e l’artista (le vere ricchezze!), il collezionista e l’imprenditore e costruisca, partendo dalle opere e dai progetti, anche un Museo della contemporaneità.

Se non si potrà (ed è sempre dolorosa perdita) dar seguito al panettone libeskindiano specchio della grandeur d’argilla di una Expo benedetta – accaparrata dalla grinta morattiana cui si deve comunque rendere omaggio - che comincia solo ora a ridimensionare contorni da sempre poco chiari, si costruisca in fretta un “popolo di saggi”, si riattino gli spazi civici già disponibili delle manifatture e degli ex capannoni industriali in zona Tortona/Solari (ce ne sono da spaventare l’occhio e tutti di fascino straordinario!), si indìca una gara pubblica di solidarietà fra gli artisti italiani e internazionali di caratura (ma per scegliere opere e nomi si investano i cervelli non i “balzelli”), si stipulino convenzioni a lungo termine con i collezionisti privati per prestiti cospicui e si concedano loro dei benefici, si rinunci a qualche mostra temporanea inutilmente costosa e poco costruttiva (tanto sappiamo bene che i numeri dei biglietti strappati non possono mai compensare i costi di rassegne blockbuster), si convertano gli sponsors a sostenere con la loro provvida generosità non solo il temporaneo ma anche il permanente, che è il sale della civiltà. Non si utilizzino i denari privati solo per favorire immeritate carriere pubbliche. E, quindi, l’Assessore avochi a sé il controllo diretto e personale sui gettiti privati e sui donativi.

Egli medesimo, Stefano Boeri, architetto, senza tema di conflitto d’interessi, lavori per la Città e progetti a costi “politici” e ne segua i lavori per conto del Comune (altro che consulenze!) il Nuovo Museo di Milano. E’ l’Assessore alla Cultura, possiede mezzi tecnici e qualità professionali, lasci una sua traccia!

Si inauguri una stagione di utile ripiegamento e collazione delle forze anche intellettuali che costruirono Milano e che ci sono ancora e sono in attesa di partecipare. Si apra un dibattito pubblico costante da qui all’Expo su come riprogettare la vita della Città, che si identifichi con quella di un’Italia da ricostruire partendo dal nostro immenso patrimonio di Cultura a portata di mano e a poco costo, se non può farlo dall’Economia da riedificare con risorse difficilmente reperibili in fretta.

Ci si metta in quest’ottica e si tenti l’impensabile, lasciando le baruffe chiozzotte a coloro che in questi anni furono incapaci di sentire il battito della Città che va cambiando, ma non in direzione di una sterile e astratta internazionalizzazione d’imprese e scopi, quanto in quella della costruzione di una Società Civile internazionale già presente e consolidata. Si riparta dagli uomini e dalle idee.

Saper immaginare ciò che è impossibile e ignorare ciò che è inutile, questo è il primo requisito dell’Amministratore Pubblico nelle difficoltà.

Boeri lasci che, quando i Milanesi saranno nuovamente fieri e consapevoli delle proprie Istituzioni, del proprio patrimonio artistico e del proprio contributo culturale per la Nazione, siano essi a scegliere se il Quarto Stato debba restare all’Arengario o migrare ancora marciando per le sale austere dei palazzi dell’ufficialità come i protagonisti ritratti marciano, decisi a modificare il proprio futuro, nella tela della mano contadina e nobile dell’umile e alto pittore di Volpedo.

 



pubblicato il 29.08.2011

Commenti

marcella nascimbeni
05/09/2011 11.07
Ma che ne pensate di mettere una bella riproduzione al posto del dipinto originale? Così se il pubblico vuol continuare a sbatterci la testa in quell'angusto e buio corridoio di passaggio lo potrà sempre fare. E invece l'opera, anche per preservarla dall'inquinamento del livello stradale e dalle correnti d'aria che lì devono essere belle forti metterlo in un luogo adeguato. Per esempio far tornare la tela da dove è venuta. Visto che gia' erano pochi quelli che andavano a visitare la galleria d'arte moderna ora senza nemmeno il Pellizzone immagino sia un deserto milanese.
Cristiana Curti
08/09/2011 11.01
Cara Marcella, ha ragione da vendere. Ma la GAM si supporta con un bel cartellone di proposte "interne" a tema (artisti dell'800 lombardo, italiano, internazionale, argomenti specifici: il ritratto borghese, la vita quotidiana, la committenza e l'arte, evoluzione della società, i modi di intedere la storia e chi più ne ha...) concertate dal Direttore ad interim Claudio Salsi e con costi contenuti e alta qualità scientifica. Buone proposte e rinnovata attività servono più che una singola opera - purtroppo - persa.
Fare poi una riproduzione ha un costo secondo me opinabile al momento... ma so che la Sua è provocazione.
In quel loculo metterei le immagini di tutti i politici milanesi che negli ultimi trent'anni hanno rifiutato di fare un BEL museo di arte del '900 (penultimo sindaco compreso e giunta tutta). A futuro monito. Senonché, anche quella costerebbe troppo alla cittadinanza che non ha più "oci par pianser" per la cultura.
Bisogna concentrarci su altro di più importante oggi. Di modo che lo spostamento di un quadro non faccia più notizia inutile e ritorni a essere normalità.
Del resto anche la collezioni Boschi Di Stefano è stata saccheggiata in Via Jan (splendido posto, uno dei più bei Musei d'Arte Moderna d'Italia)... ma non molti protestano. Quel saccheggio, però, era annunciato da tempo (da tanto tempo) e fortunatamente di meraviglie laggiù ne restano quante se ne vuole.
daniel fachinetti
11/09/2011 00.21
Gent.ma Sig.ra Curti
prendo atto di quello che scrive e stimo il suo impegno nel cercare di smuovere le povere menti lobotomizzate che sono tra noi.
Se pero' si mette a leggere LaRepubblica di oggi, trovera' l'intervista di Cristiana Campanini al curatore, che non dorme mai,Hans Ulrich Obrist. E ci leggera', riguardo al quadro incriminato del caro Pellizza che: NON C'E' OPERA PIU' APPROPRIATA A INIZIARE IL PERCORSO. Con questo candore il curatore ingaggiato dall'assessore alla cultura con deleghe varie, smentisce il Boeri pensiero. Ma che ingrato lo svizzero, con il suo direttore mio direttore che quando era a Domus gli ha fatto intervistare mezza Milano del design. Che voltagabbana. Al posto di Boeri mi girerebbero i dioscuri.
Cristiana Curti
11/09/2011 21.24
Gentilissimo Signor Facchinetti, mi prende in castagna, perché l'Obrist è un mio "idolo" dal punto di vista del metodo critico e non sono stata felicissima di leggere il suo pensiero in merito al povero Pellizza. Mentre molto di quell'intervista è importante. E chissà quanti col birignao (pseudo-critico) ora arricceranno il naso per le espressioni favorevoli a Garutti definito addirittura à la japonaise "tesoro vivente", ed è vero che non è omaggiato a sufficientza dalla nostra critica più snob sempre alla ricerca del "più nuovo".
Difatti, bisogna pur dire che l'Obrist è osservatore "lontano" che giudica con un metro non nostro arte non sua (e per questo, quindi, internazionale, sia O. che P., il che dovrebbe farci riflettere). E' possibile che oggi l'Italiano sia troppo preso da questioni contingenti per essere davvero distaccato.
Ciò non toglie che io pensi ancora che quel quadro così esemplare non doveva essere mai mosso dalla GAM. Soprattutto per finire dov'è ora. A scanso di equivoci.

Il fatto è che vorrei provare a pensare in termini più razionali e meno passionali, per una volta. E cercare di mettere in fila le priorità.
E' bene che Obrist sia stato chiamato da Boeri? Secondo me, sì.
Che mi importa di ciò che Obrist pensa del Pellizza relegato nel loculo? Nulla. Che c'entra lui con il Pellizza?
E' possibile che al Boeri girino i dioscuri (fantastico...) soprattutto pensando al passato glorioso trascorso, benché non creda del tutto. In ogni caso la risposta sembra fatta apposta per far cavare la castagna dal fuoco a qualcun altro.

Resta il fatto che chi decise di spostare il Pellizza (chi fu? davvero il Rota? Ma va' là...) dovrebbe oggi avere i dioscuri per emergere dal limbo in cui si è sotterrato e chiedere perdono per la scempiaggine somma. Perché io non credo affatto che fu proprio l'idea del loculo-con-quarto-stato a far convincere (insieme al progetto, beninteso) la giuria aggiudicatrice dell'appalto. Credo che la bella pensata venisse direttamente dai Musei milanesi (entità astratta con precisi responsabili) e che così qualcuno volle per far un po' di "spettacolo" in più.

Poi, se mi chiede ancora quale potrebbe essere un perfetto incipit per una Raccolta di arte cittadina costruita sui donativi dei migliori Milanesi del Novecento nello spirito della rinascita di una città distrutta dalla guerra, allora La rimando al punto c) del mio modesto pezzetto, senza pretesa di aprire alcuna mente lobotomizzata, solo consegnando un'opinione personale del tutto opinabile e forse un po' rétro (nostalgica?).
I lettori e commentatori di Arslife sono tutto tranne che lobotomizzati, e Lei me lo dimostra.
augusta bariona
12/09/2011 13.37
Gentile Cristiana,
anche qui mi trovo d'accordo con lei. e nel loculo ci metterei non solo i politici milanesi degli ultimi 30 anni. Comunque la leggerò anche qui. le confesso che sono stupefatta di come mi trovo sempre d'accordo con il suo punto di vista!
Mi scuso se in alcune risposte non sono così puntuale e non mi soffermo a rispondere in modo esaustivo e corretto, tralasciando molte cose così da sembrare una gran superficiale cosa che non sono, anzi. Riguardo la collezione Boschi...nessuno ha proprio protestato anzi, direi che la cosa è passata sotto silenzio nel modo più assoluto.
Se l'arte è specchio del momento presente e possibilità di "leggere" cosa avverrà in futuro. Se l'arte è anche mercato; bè se facciamo la somma...vedo un futuro nero! Il comportamento di base degli interessati dei mercatari è incommentabile.

Cristiana Curti
28/10/2011 19.02
Cara Augusta, chissà se mi leggerà così tanto tempo dopo il suo gradito intervento.
Il panorama è fosco, non c'è che dire. Io spero spero spero, ma se non riesco a lanciare prima o poi una fiondata, mi sento davvero impotente.
In questi mesi la chiusura della Fondazione Pomodoro ha pesato come un macigno: un altro tassello disperso di un mosaico che non individua più neanche le sagome del disegno originario...
Superficiale Lei, nemmeno per sogno.
Anzi, propongo una bella visita (un bel tour) a casa Boschi (portando un pasticcino per il tè?) per omaggiare gli antichi proprietari e i loro doni favolosi.
Mi faccia sapere se intende andarci. Ci rifaremo gli occhi e ristoreremo il cuore.

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